Ricordo ancora la lezione di storia alle elementari in cui sentii per la prima volta parlare di baratto. Mi piacque tanto l’argomento ma non ebbi mai modo di capire davvero cosa fosse. Pensai che dovesse essere una bella usanza degli uomini primitivi che erano poveri perché non avevano ancora scoperto il denaro e non sapevano nemmeno contare o comunicare tra loro. Voltai la pagina del sussidiario e da allora non mi preoccupai più per i poveretti delle caverne.

……

Abbiamo iniziato a barattare in piazza come Riciclamiche perché non ci piace sprecare, amiamo la natura e perché crediamo nel valore della solidarietà. Le prime sono state le mamme, che hanno preso a scambiarsi indumenti e cose per neonati, come si faceva un tempo nelle famiglie numerose, quando un capo passava di generazione in generazione. L’Umbria è piena di persone che vengono da lontano, che non hanno vicino la propria famiglia. Si fanno sempre meno figli…  e se uno più uno fa ancora due….

Man mano che andiamo avanti come Riciclamiche, il cerchio si allarga sempre di più. Oggi è venuta gente da Cannara, l’altra volta una famiglia da Marsciano, una ragazza da Terni. Con quello che costa la benzina!

Abbiamo impresso sulla nostra pelle quello che sentivamo già nei nostri cuori: la crisi non c’entra o, comunque, non è il centro del discorso, ma solo una conseguenza di discorsi non fatti prima o portati avanti nel modo sbagliato. E’ un problema di integrazione, di fiducia, di legami spezzati o mai nati.

Abbiamo capito che è’ importante far passare un oggetto di mano in mano, raccontarne la storia agli altri, dare una seconda vita alle cose che per noi hanno smesso di avere utilità. E’ importante perché quell’oggetto suggella un legame con chi ce l’ha dato, porta in sé un pò della sua cultura, del suo gusto e della sua sensibilità.

E così il nostro lavoro di Riciclamiche si va orientando sempre più ad agevolare l’incontro diretto tra le persone che scambiano.

Il più delle volte siamo ostacolate dal fatto che, nonostante la crisi, molti vengano più per liberarsi del superfluo che per prendere cose di cui hanno davvero bisogno. Senza che noi riusciamo a contenerli, vengono a svuotare sul banco valigioni e sacchi pieni di indumenti, giocattoli, libri… oggi abbiamo dovuto imporre la regola di non lasciare niente se non si prendeva qualcosa in cambio!
Allo stesso tempo, sempre più spesso, ci capita di notare che le persone più generose sono quelle meno abbienti.

Questo vuol dire che, sia da un lato che dall’altro, in qualche modo, c’è la volontà di far girare le risorse, di condividere.
Vuol dire che la crisi sta solo facendo il suo dovere, aprendo gli occhi anche ai più pigri su quello che significa consumare responsabilmente. Salvaguardare l’ambiente. Il risparmio economico immediato è solo la ciliegina sulla torta.

La foto che ho postato ritrae tre donne che spulciano su un banco di vestiti. Se le osservate bene, noterete che queste donne sono molto diverse tra loro, vengono da mondi diversi ed hanno storie molto differenti. Eppure hanno bisogno delle stesse cose. Vestiti, penserete voi. No! Non solo almeno. Vogliono sentirsi parte di un meccanismo. Vogliono scambiare, conoscere, confrontarsi. Non vogliono e non possono più pagare. Alcuni sono più consapevoli altri meno, tutto qua. Ognuno ha i suoi tempi.

…..

Oggi, mentre scattavo le foto per questo post, mi è tornata in mente quella pagina del sussidiario di seconda elementare e ho capito qual era il problema. Gli uomini rappresentati nella figura erano cavernicoli. Questo mi aveva indotta a pensare che il baratto fosse una cosa passata, una cosa per poveri, per persone arretrate, gente di campagna.

Mi piacerebbe che l’immagine del baratto fosse aggiornata in tutti i sussidiari o quanto meno affiancata ad un’altra più facile da assimilare dai bambini. Un’immagine più moderna che dia loro un’idea più realistica del baratto. Perché il baratto è intercultura. Il baratto è integrazione e solidarietà. Ed oggi più che mai è anche giovane e donna.

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